Ansia e attacchi di panico

  • Nello spettro dei disturbi a base ansiosa, il disturbo più eclatante è l’attacco di panico, altrimenti chiamato crisi di ansia o angoscia parossistica. In primo luogo è importante sottolineare che il sistema dell’ansia ha un ruolo funzionale nell’organizzazione della vita mentale. Una certa ansia ci costringe ad attivarci per affrontare la difficoltà della vita. Chiunque sa che una certa dose di ansia è di stimolo nell’impegno per affrontare un esame universitario o per prepararci al meglio in un compito lavorativo impegnativo. Quando però l’ansia diventa dirompente può fagocitare le funzioni dell’Io e diventare del tutto disfunzionale o addirittura invalidante. Questo avviene in occasione della crisi di panico. Questi attacchi si presentano con una congerie più o meno completa dei seguenti sintomi somatici e mentali: palpitazioni/tachicardia (battiti irregolari, cuore in gola), paura di perdere il controllo o di impazzire (la paura di perdere il controllo non contiene una fobia specifica, una paura di fare qualcosa di sconsiderato in particolare, così come vaghi sono le ideazioni riguardo alla “follia” temuta), sensazioni di sbandamento, capogiri e vertigini, tremori fini o a scatti, sudorazione, sensazione di soffocamento, dolore o fastidio al petto, sensazioni di derealizzazione (percezione dell’ambiente come strano e irreale, sensazioni di stordimento e distacco) e depersonalizzazione (alterata percezione di sé caratterizzata da sensazione di distacco o estraneità dai propri processi di pensiero o dal corpo), brividi, vampate di calore, parestesie (sensazioni di intorpidimento o formicolio), nausea o disturbi addominali, sensazione di asfissia (stretta o nodo alla gola).

    Talvolta può essere presente una sensazione che qualcosa di catastrofico sia imminente e si sia impotenti per prevenirlo. Un attacco di panico dura pochi minuti, ed è una delle condizioni più spaventose e stressanti di cui una persona può avere esperienza nella vita. La manifestazione è significativamente diversa da quanto avviene negli altri tipi di disturbi di ansia, in quanto gli attacchi sono improvvisi e spesso debilitanti. L’attacco di panico realizza un circolo vizioso, nel quale i sintomi psichici accrescono i sintomi fisici, e viceversa. La grande crisi ansiosa generalmente provoca un forte bisogno di fuggire il luogo in cui ha luogo l’episodio; quando è associata a dolori nel petto, tachicardia o respiro affannoso, un senso di morte imminente, essa spinge il soggetto a cercare aiuto al pronto soccorso.

    L’attacco di panico si distingue da altre forme di ansia per la sua intensità e per la natura improvvisa ed episodica. Gli attacchi di panico interessano spesso soggetti che soffrono di disturbi d’ansia (agorafobia, claustrofobia, fobia sociale, ipocondria, ansia generalizzata  e altre forme psicopatologiche). I fobici possono andare incontro a crisi di panico spesso come risultato diretto dell’esposizione all’oggetto fobico. Questi attacchi di panico sono di solito brevi e si attenuano rapidamente, una volta che è stato evitato l’elemento che scatena la crisi. In condizioni di ansia cronica un attacco di panico può spesso subentrare ad un altro, portando ad un esaurimento psichico nel giro di pochi giorni. Quando si instaura una sindrome da attacco di panico, l’elemento predominante che si impadronisce del soggetto affetto è “la paura della paura”. Infatti, quasi sempre, tra un attacco e l’altro, l’individuo vive nel terrore che si possa ripetere l’evento. Per chi soffre del disturbo, un aspetto importante per avere padronanza sulle crisi sarebbe il saper riconoscere variazioni ordinarie: spesso variazioni fisiologiche normali del nostro organismo possono indurre l’attacco in questi pazienti. Per esempio l’aumento della frequenza cardiaca causata da aver corso per prendere la corriera può scatenare un attacco. Spesso si associa a depressione clinica, a alcolismo e abuso di sostanze. Circa il 30% dei soggetti che soffrono di disturbi d’ansia importanti fanno uso di alcol e il 17% fanno uso di sostanze come cocaina o marijuana per alleviare l’angoscia e lo stress causati dalla sintomatologia ansiosa. Questi soggetti ricorrono alla sostanza intossicante come forma di auto medicamento. In realtà l’abuso di alcol, oltre che ad essere dannoso in sé, favorisce il riacutizzarsi del DAP (disturbo attacchi di panico).

    Fobie conseguenti al DAP

    Le persone che hanno avuto un attacco di panico possono sviluppare fobie connesse alla situazione in cui si è presentato l’attacco e sviluppare una ansia fobico della situazione con conseguente evitamento. La progressiva espansione di questo meccanismo e la sua cronicizzazione è un pericolo costante. Certe fobie panico-correlate possono essere molto fastidiose e invalidanti e compromettono gravemente la vita personale, familiare e professionale.  Un esempio classico è il DAP con agorafobia che impedisce al soggetto di uscire di casa, se non accompagnato.

    Psicoterapia

    La migliore psicoterapia per il disturbo di panico è la psicoanalisi, soprattutto se il disturbo è incistato in una personalità nevrotica e non rappresenta un panico da frammentazione del Sé, come nell’esordio di una schizofrenia, o un panico identitario in una personalità borderline. La psicoanalisi, quando si sia stabilita una solida alleanza di lavoro con l’analista, rafforza l’Io del soggetto e permette al materiale rimosso di riaffiorare alla coscienza. La crisi d’angoscia è strutturalmente una crisi di forza dell’Io, che non è sufficientemente maturato, complice la rimozione e il blocco dello sviluppo libidico, e che quindi non riesce a fare fronte alle esigenze della realtà, ma soprattutto alle pretese della vita istintuale rimossa. Il disvelamento del materiale rimosso avviene essenzialmente grazie al transfert, cioè alla della proiezione sulla persona dello psicoanalista di sentimenti irrazionali generalmente legati a conflitti infantili con i genitori, i fratelli o altre figure dell’ambiente familiare infantile. L’analisi della situazione di transfert, continuamente elaborata in analisi, permette al soggetto di confrontarsi con la propria storia, di elaborarla e di incamminarsi progressivamente sul percorso di emancipazione ed evoluzione del sé.

    Altro importante strumento terapeutico è l’ipnosi. Tramite il perseguimento di uno stato particolare della coscienza (trance), che coinvolge sia la componente psichica che somatica dell’individuo, si produce un rilassamento generale che consente la creazione di una resilienza dell’Io di fronte alle pretese ansiogene della realtà o del mondo interno del soggetto. La presa di contatto con queste dimensioni del proprio mondo interiore ha un ruolo importante anche nell’accrescimento dell’autostima, che può essere stata scossa dall’emersione catastrofica dell’episodio sintomatico.

    Questo procedimento può essere denominato “ipnoanalisi”: le urgenze sintomatologiche vengono fronteggiate tramite le risorse autonome del soggetto e auspicabilmente senza il ricorso a presidi farmacologici. Questo consente, quando lo spazio psichico si è risvegliato alla dimensione creativa e si è aperto alle possibilità dell’ermeneutica, un approccio psicoanalitico allo scopo di affrontare olisticamente la situazione esistenziale del soggetto e le sue principali introiezioni di origine infantile (i rapporti con le figure genitoriali arcaiche), oltrepassando il transfert suggestivo ipnotico iniziale.

    Attualmente la farmacoterapia medica affronta il DAP con l’azione combinata di ansiolitici benzodiazepinici (esempio alprazolam – Xanax – da 1,5 mg/die, come dose iniziale suddivisa in tre somministrazioni al giorno, fino a 4 mg/die) e di antidepressivi (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina – esempio Sereupin 10 mg/die fino a 40 mg/die – , oppure inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina – esempio Efexor 37,5/75 m/die aumentabili fino a 225 mg/die. Il rischio di un trattamento a lungo termine con benzodiazepine è quello dello sviluppo della dipendenza dalla sostanza. In virtù del miglior profilo di tollerabilità, questi farmaci vengono preferiti generalmente dai medici rispetto agli antidepressivi triciclici (imipramina, clomipramina). In una prospettiva psicodinamica l’uso di psicofarmaci è da inquadrarsi come soluzione-tampone di breve durata in caso di emergenza sintomatica.

Fabio Gallazzi - Psicologo - Prato - Via F. Baldanzi, 9 © 2020. Tutti i diritti riservati