Caro dottore, sono una donna di 42 anni, e le scrivo da una situazione di grande smarrimento, che ho provato altre volte in passato. I miei sintomi sono di tipo depressivo anche se la psicoterapeuta dalla quale sono andata per due anni non ha mai fatto alcuna diagnosi. Mi sono letta un libro di psichiatria e ho cercato su internet il mio caso e mi sono ritrovata nel quadro del soggetto borderline. Già da ragazza ho avuto dei problemi, ho perso tempo all’università, facevo uso quotidianamente di marijuana insieme a un ragazzo con il quale avevo anche rapporti sessuali saltuari, per trasgressione, che mi erano necessari per sopportare la relazione ufficiale con un ragazzo della mia cerchia sociale, che si crede privilegiata; lui passava tutto il tempo a studiare per gli esami di Economia e il tempo che passavamo insieme era per me noioso in maniera intollerabile, ma tutte le volte che provavo a lasciarlo venivo presa da un’angoscia, da un panico di smarrimento; una volta lui non mi voleva riprendere, e io scoppiai in una crisi di nervi durante la quale mi rifugiai nelle canne e feci altre cose stupidamente impulsive, come provocarmi delle bruciature. Ora queste cose mi sembrano lontane, ma ricordo che nonostante queste esperienze mi feci convincere ad andare ad abitare col mio ragazzo non appena si era laureato e i genitori ben introdotti in città gli avevano trovato un lavoro ben inserito. La casa era già pronta, ma io mi ci sentivo d’inferno, ricordo un salotto arredato lussuosamente che ci aveva regalato sua madre e della mia sensazione di voler bruciare tutto quel simbolo di un rapporto ipocrita; smisi di mangiare fino ad una magrezza notevole perché volevo arrivare all’amenorrea, non sopportavo l’idea di rimanere incinta, cosa che era nei programmi della mamma di lui, per realizzare il suo sogno di famiglia importante che continua nel tempo. Mi laureai alla fine in Lingue, anche se avevo perso ogni interesse per quello che studiavo. Ogni tanto lo tradivo con un uomo colto e benestante più grande di me, che mi toglieva con le sue parole il senso di colpa, ma io mi sentivo uno schifo anche perché continuavo a vivere una finta vita di quasi moglie, forse madre, idea che mi sembrava assolutamente intollerabile, soprattutto in quella famiglia. Alla fine lo lasciai appoggiandomi brevemente ad uno psicoterapeuta che mi spiegava in maniera fredda le mie distorte emozioni, ma soprattutto legandomi ad una compagnia di motociclisti con i quali intrecciai alcuni rapporti seriali perché fisicamente potevo piacere ancora molto anche se alla fine del periodo mi trovavo a 36 anni senza niente di costruito e non mi riuscivo più a riconoscere nella mia storia. Tornai a vivere con mia madre perché non mi bastavano i soldi per l’appartamento che avevo comprato, il mutuo era diventato troppo caro per me. Tornare a casa dopo tanto tempo mi fece precipitare in una depressione curata con antidepressivi; ne uscii anche se all’inizio credevo di essere una non responder. Arrivo a questi anni ultimi con una sensazione di totale fallimento, penso ogni giorno che vorrei che la vita finisse con i miei tormenti, ma so che non avrei il coraggio… Ultimamente mi impiccio dei figli di mia sorella, ma lei non mi vuole d’intorno perché sa cosa ho combinato da ragazza e pensa sia una cattiva influenza per la maggiore. Trascino una vita con una madre vecchia e mi chiedo se posso fare ancora qualcosa per stare meglio, ma mi sembra tutto inutile. Scusi la lettera lunga e forse noiosa per lei.