Caro dottore, penso che, visto che abito in zona, verrò presto a parlare con Lei. Ho 52 anni, dovrei essere al lavoro, un lavoro che mi piace o almeno mi piaceva, e invece sono qui a casa perché un’ansia continua e colossale mi impedisce di uscire di casa. No, non l’ansia, ma la depressione, il senso di assurdo, di irrealtà, di distanza incolmabile che sento a contatto con mi miei colleghi, che sono brave persone, ma io me li sento lontanissimi, con le loro vite “normali”, famiglie, più o meno problematiche, ma niente di paragonabile alla mia solitudine radicale che mi separa ormai da tutti. Prima è morta mia madre dodici anni fa e poi mio padre 15 mesi fa; per mia madre fu una cosa improvvisa e inaspettata, un tumore che l’ha uccisa, mio padre aveva più di ottanta anni e ho potuto abituarmi all’idea di perderlo. Quando è morto e anche la badante si è trovata una sistemazione e ha lasciato la casa vuota. A quel punto c’ero solo io (non ho fratelli). Non mi sono mai adattato all’idea di convivere con una donna, le ho sempre prese e lasciate dopo un po’, mi sono sentito sempre forse patologicamente soffocare in coppia. Negli ultimi anni appena libero dagli impegni professionali volavo verso i paradisi sessuali e al ritorno mi sembrava del tutto impensabile l’idea che potessi adattarmi ad una delle donne del tipo di quelle che hanno sposato i miei amici. Adesso però non sopporto questo isolamento, mi fa ammattire, sono un salutista, con grande difficoltà ho accettato di prendere il valium per dormire, ma altre porcherie non mi rassegno a prenderle.